La psicoterapia con i bambini è prima di tutto un incontro: tra il piccolo paziente, i suoi genitori e il terapeuta. Un incontro che si costruisce nel tempo, con delicatezza, per permettere al bambino di sentirsi accolto e compreso.
Il percorso inizia con un colloquio con entrambi i genitori, dedicato alla raccolta della storia del bambino: la gravidanza, i primi anni di vita, le tappe evolutive e gli eventi più significativi. Seguono colloqui individuali con ciascun genitore, per approfondire i diversi punti di vista e comprendere le dinamiche familiari, dando spazio anche a preoccupazioni, sentimenti e aspettative.
Dopo questa prima fase, inizia l’incontro con il bambino attraverso sedute individuali. Il gioco, il disegno, la parola e anche il silenzio diventano strumenti per esplorare il suo mondo interno. Il bambino può così esprimere emozioni e vissuti attraverso i propri linguaggi, in uno spazio di ascolto e fiducia.
Una volta raggiunta una prima comprensione del suo funzionamento emotivo e relazionale, si svolge un colloquio di restituzione con entrambi i genitori. Non si tratta semplicemente di formulare una diagnosi, ma di condividere quanto emerso e costruire insieme una possibile direzione. Quando necessario, viene inoltre coinvolta la scuola e la rete educativa, per comprendere il bambino nei diversi contesti della sua vita.
A questo punto, insieme ai genitori, si valuta il percorso più adatto: proseguire con una psicoterapia per il bambino oppure orientarsi verso un intervento di supporto alla genitorialità. Ogni percorso è unico, come ogni bambino: la terapia non mira ad “aggiustare” ciò che non va, ma ad accompagnare la crescita e favorire una maggiore consapevolezza e fiducia in sé e nelle proprie relazioni.
Ci sono bambini che faticano a separarsi dai genitori, che temono di sbagliare o che si preoccupano troppo.
Scatti di rabbia, chiusure improvvise, fatica a gestire ciò che si sente. Il lavoro terapeutico non punta a “correggere”, ma a capire cosa sta accadendo dentro
Un trasloco, una separazione, un lutto possono lasciare il bambino smarrito.
Quando il bambino fa fatica a concentrarsi, si sente escluso, o non riesce a “stare con gli altri”.
Ci sono poi bambini che attraversano un passaggio delicato — una nuova scuola, la nascita di un fratellino o un cambiamento interno che non sanno ancora raccontare.
L’ansia da separazione è una delle forme di disagio più comuni nell’infanzia, e rappresenta una tappa fisiologica dello sviluppo emotivo. Nei primi anni di vita è normale che il bambino tema la lontananza dai genitori: è il segno di un legame affettivo sicuro, che lo aiuta a comprendere che l’altro è importante e necessario. Diventa però un disturbo quando questa paura è eccessiva, persistente e interferisce con le attività quotidiane — per esempio il sonno, la scuola o le relazioni con i coetanei.
Il bambino che soffre di ansia da separazione può manifestare sintomi fisici (mal di pancia, nausea, mal di testa), crisi di pianto o rifiuto di andare a scuola. Spesso teme che ai genitori possa accadere qualcosa di grave o che non torneranno più. Dietro questa paura c’è, quasi sempre, una difficoltà a fidarsi della continuità del legame: il timore che la distanza significhi perdita.
Il lavoro terapeutico con questi bambini si basa sulla costruzione della sicurezza interna: aiutare il piccolo a sperimentare che l’altro può allontanarsi, ma resta presente nel pensiero e nel cuore. È importante anche coinvolgere i genitori, affinché imparino a sostenere il bambino con calma e coerenza, senza colpevolizzarlo né cedere completamente alle sue paure.
Con il tempo e il giusto accompagnamento, l’ansia da separazione può trasformarsi in una nuova conquista: la fiducia che si può essere uniti anche nella distanza, e che crescere non significa perdere, ma imparare a restare connessi in un altro modo.
Il disturbo oppositivo-provocatorio (DOP) è una forma di disagio che si manifesta nell’infanzia o nella preadolescenza attraverso comportamenti di sfida, irritabilità, discussioni frequenti con le figure adulte e una tendenza persistente a rifiutare le regole o le richieste. Non si tratta di “cattiveria” o di semplice ribellione: è un modo in cui il bambino o il ragazzo esprime una difficoltà a gestire la frustrazione, la rabbia e il bisogno di autonomia.
Alla base, spesso, c’è un conflitto tra il desiderio di essere riconosciuto e la paura di perdere il controllo o l’affetto dell’adulto. Alcuni bambini vivono un forte senso di ingiustizia o di vulnerabilità e reagiscono opponendosi, come se solo sfidando potessero sentirsi forti e visti. Questo porta a tensioni familiari, difficoltà a scuola e, con il tempo, a un aumento della chiusura o dell’aggressività.
L’intervento terapeutico non mira a “far ubbidire”, ma a comprendere il significato del comportamento. Attraverso il lavoro con il bambino e con la famiglia, si aiuta a dare un nome alle emozioni, a gestire la rabbia in modo più costruttivo e a ristabilire relazioni basate sulla fiducia e non sul potere.
Con un accompagnamento adeguato, il bambino può imparare che opporsi non è l’unico modo per affermarsi, e che essere ascoltato non significa necessariamente dover combattere.
Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) in età pediatrica può manifestarsi attraverso pensieri ricorrenti e difficili da allontanare, accompagnati da comportamenti o rituali che il bambino sente di dover ripetere per ridurre l’ansia o sentirsi al sicuro. Questi vissuti possono interferire con la quotidianità, la scuola, il gioco e le relazioni.
Nel bambino, le ossessioni e le compulsioni non sono sempre facili da riconoscere e possono essere espresse anche attraverso richieste continue di rassicurazione, evitamenti o rituali apparentemente insoliti. Un percorso terapeutico può aiutare a comprendere il significato di questi comportamenti, ridurre la sofferenza e accompagnare il bambino e la famiglia verso modalità più funzionali di gestione dell’ansia.
I disturbi del sonno in età evolutiva sono molto frequenti e possono manifestarsi con difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni, incubi o rifiuto di dormire da soli. Spesso, il sonno del bambino riflette il suo stato emotivo: tensioni familiari, ansie di separazione o cambiamenti importanti (come l’ingresso a scuola o la nascita di un fratellino) possono interferire con la sua capacità di rilassarsi.
Dormire, per un bambino, significa affidarsi e lasciar andare il controllo: è quindi un atto profondamente legato al senso di sicurezza. Quando questa fiducia vacilla, il corpo resta in allerta. Il lavoro terapeutico mira a comprendere il significato del sintomo e ad aiutare il bambino — insieme ai genitori — a ritrovare un senso di calma e di continuità interna.
La cura non passa solo attraverso “strategie per dormire meglio”, ma attraverso la ricostruzione di un ambiente emotivo che permetta al bambino di sentirsi al sicuro, accompagnato e libero di abbandonarsi al sonno come spazio di riposo e di crescita.
Alcuni bambini faticano a gestire le proprie emozioni intense: reagiscono con scoppi di rabbia, pianto inconsolabile o comportamenti oppositivi anche per piccole frustrazioni. Queste difficoltà di regolazione emotiva non indicano necessariamente un disturbo del comportamento, ma una fatica nel riconoscere, nominare e contenere ciò che si sente.
Il bambino non “sceglie” di essere aggressivo: agisce il proprio disagio perché non ha ancora le parole o le risorse per esprimerlo diversamente. Spesso dietro la rabbia si nascondono paura, tristezza o un bisogno di attenzione e rassicurazione.
L’intervento terapeutico, in questi casi, aiuta a costruire un linguaggio emotivo condiviso tra bambino e genitori, affinché l’adulto possa diventare una base sicura capace di contenere e dare significato alle emozioni. Con il tempo, il bambino impara a riconoscere ciò che sente e a gestirlo con maggiore equilibrio, trasformando la rabbia in una forma di comunicazione e non di distruzione.
I disturbi specifici dell’apprendimento — come dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia — riguardano difficoltà circoscritte in alcune abilità scolastiche, pur in presenza di un’intelligenza nella norma. Non sono dovuti a mancanza di impegno, ma a un diverso funzionamento dei processi cognitivi che coinvolgono la lettura, la scrittura o il calcolo.
Un bambino con DSA può sentirsi frustrato o inadeguato di fronte alle difficoltà scolastiche, sviluppando ansia da prestazione o perdita di autostima. È fondamentale riconoscere precocemente queste difficoltà, per evitare che diventino motivo di sofferenza e di esclusione.
La diagnosi e l’intervento mirato consentono di attivare strumenti compensativi e strategie personalizzate, restituendo al bambino fiducia nelle proprie capacità. Il sostegno psicologico, inoltre, aiuta a rafforzare l’autostima e a rielaborare l’esperienza scolastica non come fallimento, ma come scoperta del proprio modo unico di imparare.
Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) può manifestarsi attraverso difficoltà nel mantenere l’attenzione, impulsività, irrequietezza e nella gestione delle proprie emozioni e comportamenti. Queste caratteristiche possono influire sulla vita scolastica, sulle relazioni e sulla quotidianità, generando talvolta frustrazione e un senso di inadeguatezza.
Comprendere l’ADHD significa andare oltre l’idea di un bambino semplicemente “distratto” o “vivace”. Un percorso di supporto può aiutare il bambino a conoscere meglio le proprie modalità di funzionamento, sviluppare strategie più efficaci e valorizzare le proprie risorse, coinvolgendo quando necessario anche genitori e figure educative.
Anche i bambini possono sperimentare stati depressivi, sebbene si manifestino in modo diverso rispetto agli adulti. In età evolutiva, la tristezza può apparire sotto forma di irritabilità, disinteresse per il gioco o la scuola, isolamento, calo dell’energia o somatizzazioni (mal di pancia, mal di testa, disturbi del sonno). A volte, il bambino non sa spiegare cosa prova, ma “spegne” i propri desideri, ritirandosi lentamente dal mondo.
Queste forme precoci di depressione spesso nascono da esperienze di perdita, da difficoltà relazionali o da un contesto che non riesce a riconoscere i bisogni emotivi del bambino. Il rischio è che il ritiro diventi una forma di difesa dalla delusione o dal dolore.
La terapia offre uno spazio in cui il bambino può dare parole alle proprie emozioni e sperimentare relazioni affidabili. Coinvolgere la famiglia è fondamentale: genitori e terapeuta lavorano insieme per restituire al bambino la sensazione di essere visto, compreso e amato, riaccendendo in lui il desiderio di partecipare alla vita.
I disturbi dello spettro autistico comprendono diverse modalità di funzionamento neuropsicologico che si manifestano con difficoltà nella comunicazione sociale, nella reciprocità emotiva e nella flessibilità del comportamento. I bambini nello spettro possono avere difficoltà a comprendere le intenzioni altrui, a condividere interessi o a tollerare i cambiamenti di routine. Tuttavia, spesso mostrano anche capacità straordinarie: memoria eccezionale, attenzione ai dettagli, interessi specifici molto sviluppati e una sensibilità profonda verso alcuni stimoli.
L’autismo non è una malattia, ma un modo diverso di percepire e interpretare la realtà. La difficoltà principale non è “nel bambino”, ma nella distanza tra il suo modo di funzionare e le aspettative del mondo che lo circonda.
L’intervento terapeutico, educativo e familiare deve quindi essere personalizzato, mirato a sviluppare la comunicazione, le competenze sociali e l’autonomia, valorizzando al tempo stesso i punti di forza del bambino. L’obiettivo non è “normalizzare”, ma costruire ponti tra il suo mondo e quello degli altri — affinché possa crescere sentendosi compreso, riconosciuto e partecipe.
Le somatizzazioni si manifestano attraverso sintomi fisici, come mal di pancia, mal di testa, nausea o stanchezza, per i quali non emerge una causa organica evidente. Nel bambino, il corpo può diventare un modo per esprimere emozioni, tensioni e vissuti difficili da riconoscere o comunicare a parole.
Comprendere questi segnali significa non considerarli semplicemente come “inventati”, ma ascoltarne il significato. Un percorso terapeutico può aiutare il bambino a riconoscere e dare voce alle proprie emozioni, favorendo modalità più consapevoli per affrontare il disagio e coinvolgendo, quando necessario, la famiglia e le figure di riferimento.
WhatsApp us