Psicoterapia con adolescenti e giovani

Adolescenti e giovani

Uno spazio per comprendere se stessi e dare senso ai cambiamenti.

L'adolescenza e la giovane età adulta sono periodi di profonda trasformazione, caratterizzati da sfide che possono generare disagio e confusione. Nell'adolescenza, le difficoltà possono riguardare la ricerca dell'identità, la gestione delle emozioni, le relazioni con i coetanei e la famiglia e le pressioni scolastiche. Ansia, depressione, disturbi alimentari e comportamenti a rischio possono essere espressione di questo malessere interiore.

L’immagine di sé, influenzata dai modelli irrealistici dei social media, può generare inadeguatezza, difficoltà nel rapporto con il proprio corpo e una forte dipendenza dal giudizio altrui. Anche le aspettative di genitori, scuola e società possono alimentare ansia da prestazione, perfezionismo e paura del fallimento, rendendo difficile esprimere la propria autenticità. A questo si aggiunge la solitudine, legata alla difficoltà di costruire relazioni autentiche, che può portare a isolamento, vuoto interiore e smarrimento.

L’adolescente e lo sguardo dell’adulto

Adolescenti: identità e cambiamenti

L’identità, in una fase caratterizzata da trasformazioni e incertezze, può diventare un terreno complesso. Gli adolescenti si confrontano con interrogativi legati al proprio orientamento sessuale, all’identità di genere e al ruolo nella società, cercando risposte e punti di riferimento. A queste sfide possono aggiungersi difficoltà nella gestione delle emozioni, delle relazioni e delle aspettative esterne.

Giovani adulti: autonomia e futuro

Nei giovani adulti, le sfide riguardano soprattutto la costruzione di una maggiore indipendenza, la definizione di obiettivi personali e professionali e la gestione delle relazioni intime. Il passaggio all’età adulta può portare con sé incertezza, solitudine e senso di smarrimento, oltre a difficoltà nella gestione dello stress, problematiche relazionali e momenti di crisi esistenziale.

Genitori: nuove dinamiche familiari

Anche i genitori di adolescenti possono vivere questa fase con difficoltà. La comunicazione, i conflitti familiari e la preoccupazione per il benessere dei figli possono generare ansia e frustrazione. Allo stesso tempo, la tecnologia e i social media hanno trasformato profondamente il modo di vivere la genitorialità, rendendo necessario trovare un equilibrio tra la vita online e le relazioni nella quotidianità.

Psicoterapia

Il mio approccio integrato

Personalizzazione del percorso
Offro un approccio integrato e personalizzato, pensato per rispondere alle esigenze specifiche di adolescenti e giovani adulti. Il percorso combina psicoterapia psicodinamica, mindfulness ed EMDR, per esplorare le radici del disagio, sviluppare maggiore consapevolezza e affrontare traumi ed esperienze difficili.
Il ruolo della famiglia
Questa combinazione di approcci mi permette di offrire un supporto completo e mirato, favorendo la crescita personale e il benessere emotivo. Credo inoltre che la collaborazione tra genitori e terapeuta sia fondamentale per il benessere dell'adolescente, creando una rete di supporto che possa accompagnarlo nel percorso terapeutico e nella sua crescita.

Mi occupo di ragazzi e ragazze che vivono:

1 — Ansia, attacchi di panico e insicurezza


Quando il corpo cambia, la mente accelera e il mondo sembra troppo grande, l’ansia può diventare un modo per chiedere aiuto.


2 — Tristezza, isolamento e perdita di motivazione

A volte gli adolescenti si spengono: faticano a trovare interesse, si chiudono, si sentono “fuori posto”.


3 — Difficoltà relazionali, autostima e identità


Chi sono? Come mi vedono gli altri? Mi piaccio davvero?


4 — Conflitti familiari e comunicazione difficile


In questa fase, il bisogno di autonomia si scontra spesso con quello di essere ancora accuditi.


5 — Autolesionismo o pensieri di morte

Dietro gesti che spaventano si nasconde quasi sempre una sofferenza che non ha trovato parole.


6 — Difficoltà legate ai social e all’immagine di sé


Viviamo in un tempo in cui lo sguardo degli altri è costante.


I disturbi negli adolescenti

I disturbi di cui mi occupo

L’adolescenza non è una semplice anticamera dell’età adulta, ma una fase di profonda trasformazione, in cui cambiano corpo, pensiero, emozioni, relazioni e percezione di sé. È il momento in cui l’identità si costruisce e si sperimenta, spesso attraverso crisi, paure, sbalzi d’umore e comportamenti difficili da comprendere agli occhi degli adulti.
Disturbi d’ansia (disturbo d’ansia generalizzata, fobia sociale, disturbo di panico)

L’ansia è una componente naturale della crescita: aiuta a orientarsi, a prepararsi, a percepire ciò che è importante. Nell’adolescenza, tuttavia, può diventare intensa e difficile da gestire, perché questa fase della vita è segnata da profondi cambiamenti fisici, emotivi e sociali. Nuove responsabilità, il bisogno di appartenenza, le aspettative scolastiche e familiari, il confronto con gli altri possono amplificare la vulnerabilità interna, trasformando la normale preoccupazione in una sensazione di costante allarme.

L’ansia adolescenziale può manifestarsi in molti modi: attacchi di panico, difficoltà di concentrazione, insonnia, somatizzazioni o paure legate al giudizio. A volte si nasconde dietro comportamenti di evitamento o dietro un apparente “controllo di tutto”. Altre volte, esplode in momenti di forte irritabilità o blocco.

In terapia si lavora per aiutare il ragazzo a riconoscere e nominare le proprie emozioni, a capire cosa l’ansia sta cercando di comunicare. Spesso, infatti, l’ansia non è il nemico, ma un segnale di qualcosa che chiede attenzione: un bisogno, un conflitto, una paura di non farcela. L’obiettivo non è eliminare l’ansia, ma imparare a conviverci in modo più sano — trasformandola in un’alleata della crescita, non in una prigione.

Il disturbo ossessivo-compulsivo è una forma di sofferenza silenziosa e tenace. Chi ne soffre vive intrappolato in pensieri che ritornano senza tregua — idee, immagini o paure che si impongono alla mente e generano un senso di minaccia costante. Per placare quell’angoscia, spesso si sente il bisogno di mettere in atto dei rituali: controllare, contare, lavarsi, ripetere gesti o frasi, nel tentativo di ritrovare un senso di sicurezza.

Ma il sollievo che questi rituali portano dura poco, e il cerchio ricomincia. È un equilibrio fragile tra paura e controllo, tra il desiderio di proteggersi e la sensazione di non potersi mai davvero rilassare.

In terapia, si lavora per dare un significato a ciò che l’ossessione tenta di tenere lontano. Non si tratta solo di interrompere i rituali, ma di comprendere il bisogno profondo che li sostiene: il bisogno di certezza, di protezione, di ordine nel caos. È un percorso che insegna a tollerare l’incertezza e a riscoprire la fiducia nei propri pensieri, nel corpo e nella vita che, pian piano, può tornare a scorrere più libera.

La depressione in adolescenza è una condizione complessa e spesso difficile da riconoscere, perché non sempre si manifesta con la stessa forma che ha negli adulti. Può presentarsi attraverso irritabilità, chiusura, perdita di interesse, calo del rendimento scolastico, ma anche con sintomi fisici come stanchezza, insonnia o dolori ricorrenti. A volte il ragazzo sembra “indifferente”, altre volte alterna momenti di intensa emotività a lunghi silenzi.

Durante l’adolescenza, il cervello è ancora in via di maturazione — soprattutto nelle aree legate alla regolazione delle emozioni e al controllo degli impulsi. Per questo i vissuti depressivi possono essere più estremi, più corporei e più legati alla percezione di sé: non tanto “sono triste”, quanto “non valgo”, “non servo a nulla”, “non ce la farò mai”. È una sofferenza che tocca l’identità nascente e il bisogno profondo di sentirsi visti, riconosciuti e accolti.

La depressione non va confusa con la normale malinconia dell’adolescenza, ma neppure affrontata con allarmismo. Riconoscerla significa creare uno spazio di ascolto autentico, in cui il ragazzo possa esprimere il proprio disagio senza paura di essere giudicato. La terapia, in questo senso, non è solo cura del sintomo, ma incontro: un modo per aiutare il giovane a dare un senso a ciò che sente, a ricostruire il legame con sé stesso e con la vita.
Con il giusto accompagnamento, anche il buio dell’adolescenza può diventare un passaggio — difficile, ma fecondo — verso una forma più matura e consapevole di sé.

L’autolesionismo non suicidario e l’ideazione suicidaria possono rappresentare l’espressione di una sofferenza profonda che l’adolescente non riesce ancora a comunicare attraverso le parole. Non sono semplicemente comportamenti da correggere, ma segnali di un disagio che richiede ascolto, attenzione e comprensione.

Riconoscere questi segnali senza giudizio è fondamentale per creare uno spazio sicuro in cui il giovane possa sentirsi accolto e aiutato a dare un significato a ciò che sta vivendo. Un intervento tempestivo e un percorso terapeutico adeguato possono offrire strumenti per affrontare la sofferenza e ritrovare alternative più sane per esprimere e gestire le proprie emozioni.

Quando la vita ci mette di fronte a esperienze troppo intense o dolorose, la mente può reagire cercando di sopravvivere come può. I disturbi correlati al trauma, come il disturbo post-traumatico da stress o il disturbo da adattamento, nascono da eventi che hanno superato la nostra capacità di elaborarli. Ricordi intrusivi, incubi, ipervigilanza o un senso costante di minaccia sono modi in cui il corpo e la psiche continuano a dire: “non è finita”.

La terapia aiuta a dare forma e parole a ciò che è rimasto sospeso, trasformando il trauma da ferita che imprigiona a memoria che può essere integrata, riconosciuta e finalmente lasciata andare.

Durante l’adolescenza, imparare a riconoscere, comprendere e regolare le proprie emozioni è ancora un processo in costruzione. Rabbia intensa, sbalzi d’umore, reazioni impulsive o difficoltà a gestire la frustrazione possono diventare fonte di sofferenza e influire sulle relazioni, sulla scuola e sulla percezione di sé.

Le difficoltà nella regolazione emotiva e nel controllo degli impulsi non vanno interpretate semplicemente come mancanza di volontà o “cattivo comportamento”. Possono esprimere una fatica più profonda nel gestire emozioni intense e situazioni percepite come difficili. Un percorso terapeutico può aiutare l’adolescente a comprendere ciò che accade dentro di sé e a sviluppare modalità più consapevoli ed efficaci per affrontare le proprie emozioni e reazioni.

La personalità è il modo unico in cui ognuno di noi sente, pensa e si relaziona al mondo. È la nostra trama più profonda, fatta di emozioni, schemi di pensiero, relazioni e modi di reagire. Quando questa trama diventa troppo rigida o dolorosa, quando il modo in cui siamo fatti ci fa soffrire o ci porta a entrare in conflitto con gli altri in modo ripetuto, possiamo trovarci di fronte a un disturbo di personalità.

Non si tratta di “avere qualcosa che non va”, ma di schemi che si sono costruiti nel tempo per proteggerci — e che, a un certo punto, hanno cominciato a limitarci. C’è chi tende a sentirsi costantemente inadeguato, chi teme l’abbandono, chi controlla tutto per non rischiare di essere ferito. Sono modalità nate spesso da esperienze precoci di dolore o mancanza, che hanno insegnato al sé a difendersi come poteva.

Il percorso terapeutico, in questi casi, non punta a “cambiare personalità”, ma a sciogliere le rigidità, a permettere una maggiore libertà di sentire e di scegliere. Significa imparare a conoscersi più a fondo, ad accogliere anche le parti che per anni sono state nascoste o temute, per costruire un modo di essere più vivo, autentico e in pace con se stessi.

I disturbi alimentari rappresentano una delle forme più complesse di sofferenza psicologica in adolescenza. In questa fase di vita, in cui il corpo cambia rapidamente e l’identità è ancora in costruzione, il rapporto con il cibo e con l’immagine corporea può diventare il luogo in cui si concentrano paure, bisogni e conflitti interiori.

Anoressia, bulimia, binge eating e altre forme miste non parlano solo di nutrizione o di controllo del peso: sono modi attraverso cui l’adolescente cerca di dare forma a un disagio più profondo. Il corpo diventa linguaggio — uno spazio visibile in cui tentare di affermare sé stessi, controllare l’angoscia o mettere distanza da emozioni troppo intense. Spesso la lotta non è contro il cibo, ma contro la vulnerabilità, la dipendenza affettiva o la paura di non essere abbastanza.

Durante l’adolescenza, il disturbo alimentare può assumere un valore identitario: “sono quella che non mangia”, “sono quello che si controlla”. Per questo il lavoro terapeutico deve essere delicato e specialistico, capace di tenere insieme mente e corpo, emozione e comportamento. La cura richiede tempo, fiducia e una rete di sostegno che includa famiglia e contesto scolastico. L’obiettivo non è solo ristabilire un equilibrio alimentare, ma aiutare il ragazzo o la ragazza a ritrovare nel corpo un alleato, non un nemico — un luogo da abitare, non da combattere.

Il profilo Asperger rientra oggi all’interno del Disturbo dello Spettro Autistico (DSM-5), e descrive persone con un funzionamento cognitivo nella norma o superiore, ma con particolari difficoltà nelle aree della comunicazione sociale e della flessibilità comportamentale. Non si tratta di una “malattia”, bensì di una diversa modalità di percepire e interpretare il mondo.

Gli adolescenti con profilo Asperger possono faticare a comprendere le regole implicite delle relazioni, cogliere le sfumature emotive o adattarsi ai cambiamenti imprevisti. Spesso, però, mostrano interessi specifici molto intensi, una memoria eccezionale, una logica brillante e una grande sensibilità verso ciò che li appassiona.

La sofferenza nasce non tanto dalla condizione in sé, quanto dal senso di diversità e dall’incomprensione da parte dell’ambiente. La terapia — individuale e, quando possibile, familiare o di gruppo — mira a sostenere le competenze sociali e affettive, aiutando il ragazzo a costruire un’immagine di sé positiva e autentica.


L’obiettivo non è “normalizzare”, ma valorizzare la sua unicità, favorendo l’incontro tra il suo modo di essere e un mondo che impari a riconoscerlo e accoglierlo.

Il cosiddetto disturbo da dipendenza digitale descrive la difficoltà a interrompere l’uso del cellulare o dei social media, accompagnata da sintomi di irritabilità, ansia o vuoto interiore quando si è offline. Nell’adolescenza, questa forma di dipendenza non riguarda solo la tecnologia in sé, ma il bisogno di connessione continua con gli altri e il timore di essere esclusi (FOMO – Fear of Missing Out).

Il telefono diventa così uno strumento di regolazione emotiva: si usa per calmare l’ansia, riempire la solitudine o evitare il contatto con pensieri dolorosi. Con il tempo, però, la gratificazione immediata dello schermo può indebolire la capacità di tollerare l’attesa, la noia e la riflessione, elementi essenziali per la crescita psichica.

La terapia aiuta a riconoscere le funzioni psicologiche che l’uso del cellulare sta svolgendo — rassicurazione, controllo, appartenenza — e a costruire modalità più autonome di gestione delle emozioni. L’obiettivo non è eliminare la tecnologia, ma imparare a usarla senza esserne dominati, recuperando un rapporto più libero e consapevole con sé e con il mondo.

Il disturbo da dipendenza da videogiochi (Gaming Disorder) è una condizione riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si manifesta quando l’uso dei videogiochi diventa persistente e incontrollato, fino a compromettere le attività quotidiane, lo studio, il sonno o le relazioni sociali. Non si tratta semplicemente di “giocare troppo”, ma di un vero e proprio meccanismo di dipendenza comportamentale.

Il videogioco, per molti adolescenti, rappresenta uno spazio identitario: un luogo dove sentirsi competenti, forti, riconosciuti. Quando però il gioco diventa l’unico canale per regolare le emozioni o per sfuggire alla realtà, può instaurarsi un circolo vizioso in cui la soddisfazione immediata del “livello superato” sostituisce le gratificazioni della vita reale. Possono comparire irritabilità, isolamento, perdita di interesse per altre attività e una ridotta tolleranza alla frustrazione.

Il trattamento psicologico si concentra sulla comprensione del significato che il videogioco assume nella vita del ragazzo — rifugio, spazio di valore, o forma di anestesia emotiva — e sull’aiutarlo a costruire un equilibrio più sano tra mondo virtuale e reale. L’obiettivo non è demonizzare il gioco, ma restituirgli il suo posto: una passione che può convivere con la vita, e non sostituirla.

La fluidità identitaria è una condizione sempre più presente nell’adolescenza contemporanea, e non va confusa con una mancanza di identità o con indecisione. È, piuttosto, l’espressione di un processo di ricerca in cui il sé si sperimenta, si trasforma e prova diverse forme di appartenenza, di genere, di orientamento o di stile di vita.

Durante l’adolescenza, la costruzione dell’identità è un compito centrale: il giovane cerca di capire chi è, chi vuole essere e come essere riconosciuto dagli altri. In una società liquida e in continua trasformazione, questa ricerca può diventare più complessa e prolungata, portando a oscillazioni o incertezze che a volte generano smarrimento, ansia o conflitti con l’ambiente familiare e sociale.

La fluidità identitaria non è un disturbo, ma può diventare fonte di sofferenza quando manca uno sguardo accogliente o quando l’adolescente sente di non avere uno spazio sicuro in cui esplorarsi. Il lavoro terapeutico consiste nel sostenere questa ricerca, aiutando a dare significato ai cambiamenti, a distinguere ciò che nasce dal desiderio autentico da ciò che è risposta al giudizio o al bisogno di appartenenza.
L’obiettivo è accompagnare il giovane nella costruzione di un senso di sé flessibile, coerente e vitale — capace di evolvere nel tempo, senza paura di cambiare.

Il ritiro sociale è una condizione sempre più frequente tra gli adolescenti di oggi. Si manifesta come una progressiva chiusura verso il mondo esterno: il ragazzo smette di frequentare amici, evita la scuola, preferisce rimanere nella propria stanza, spesso connesso solo attraverso il digitale. A volte tutto inizia in modo graduale — una delusione, un fallimento, un periodo di stress — fino a diventare una forma di isolamento che può durare mesi o anni.

Il ritiro non è semplice “pigrizia” o disinteresse, ma un modo di proteggersi da un mondo che appare troppo esigente o minaccioso. Spesso dietro c’è un profondo senso di inadeguatezza, la paura del giudizio o la fatica di sostenere la pressione sociale e scolastica. In altri casi, il ritiro è legato a forme di ansia sociale, depressione o difficoltà nel costruire la propria identità.

In terapia, l’obiettivo non è spingere subito il ragazzo “a uscire”, ma creare uno spazio di fiducia in cui il suo silenzio possa essere accolto e compreso. Si lavora per riattivare gradualmente il desiderio di relazione, aiutandolo a riconnettersi con il mondo esterno in modo sostenibile e rispettoso dei suoi tempi.
Il ritiro, se ascoltato, può diventare una tappa significativa del percorso di crescita: il punto da cui, lentamente, può rinascere un nuovo modo di stare con gli altri e con sé stessi.

Durante l’adolescenza, l’uso di cannabis, alcol o altre sostanze può diventare un modo per sperimentare, sentirsi parte del gruppo o cercare di gestire emozioni e difficoltà che sembrano difficili da affrontare. Quando il consumo diventa frequente o problematico, può però incidere sul benessere psicologico, sulle relazioni, sulla scuola e sul normale percorso di crescita.

Comprendere il significato che l’uso di sostanze assume per il singolo adolescente è fondamentale per poter intervenire senza giudizio. Il percorso terapeutico può aiutare a riconoscere le cause del disagio, sviluppare strategie più efficaci per affrontarlo e costruire modalità più consapevoli di stare nelle relazioni e nelle diverse situazioni della vita.

L’adolescenza è una fase in cui tutto si muove: il corpo cambia, le emozioni si intensificano, le relazioni diventano più complesse e l’autonomia diventa una conquista faticosa. Per i ragazzi con ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), questo periodo può essere particolarmente impegnativo.

L’ADHD in adolescenza non si manifesta più solo come iperattività fisica, ma soprattutto come irrequietezza interna, difficoltà a concentrarsi, impulsività nelle relazioni e fatica nel gestire le frustrazioni. La scuola può diventare fonte di stress, l’autostima può risentirne, e spesso i ragazzi si sentono “sbagliati” o “inadeguati” rispetto alle richieste di costanza e controllo che il mondo adulto impone.

È importante ricordare che l’ADHD non è una mancanza di volontà, ma un diverso modo di funzionare del cervello, in cui l’attenzione e la regolazione emotiva seguono ritmi propri. Durante l’adolescenza, quando la spinta all’indipendenza cresce ma le funzioni esecutive non sono ancora pienamente mature, il rischio di comportamenti impulsivi o disorganizzazione aumenta.

Un percorso terapeutico mirato — che integri sostegno psicologico, interventi educativi e, quando necessario, una collaborazione con la famiglia e la scuola — aiuta l’adolescente a conoscersi meglio, a sviluppare strategie di autoregolazione e a costruire un’immagine di sé più equilibrata. L’obiettivo non è “correggere” il ragazzo, ma valorizzare il suo potenziale: quella curiosità, creatività e rapidità di pensiero che, se accolte e orientate, possono diventare vere risorse per la vita adulta.